PASQUA 2022

PASQUA 2022

MORIRE DI MORTE
PER VIVERE DI AUTENTICA VITA

La Pasqua che celebriamo è il culmine della settimana autentica, essa ci chiede di riconoscere, ascoltare, vedere e seguire la vita, … quella di Gesù e la nostra, perché la morte che impariamo ogni giorno nei piccoli segni che ci raccontano del tempo che passa; la morte che si stampa nei nostri occhi quando assistiamo allo strazio e al dolore della guerra e che attanaglia il nostro cuore nella forma della paura quando sperimentiamo il dolore inatteso, si apra alla possibilità di una vita autentica.
Con le parole di Madeleine Delbrel, grande mistica del 900, vorrei augurare a tutti voi che le piccole morti quotidiane ci aprano a vivere di una vita autentica, cioè da Risorti.

           Buona Pasqua
           don Angelo  

TU MORRAI DI MORTE (M. Delbrel)

Nei conventi sovente,
si fan preparazioni alla morte.

Noi non abbiamo bisogno di tempo per farle,
ma siamo lo stesso saggiamente preparati.
È la vita che ci prepara a morire:
essa conosce bene il suo mestiere.
Basta ascoltarla vederla seguirla.

Essa ci insegna la morte a poco a poco
Oppure grandiosamente, secondo i giorni.
Talvolta senza farci troppo male.
Altre volte straziandoci di dolore.
Talvolta sottolineando le nostre piccole morti quotidiane,
altre volte stendendo morti
coloro che amiamo più di noi stessi.

La morte, noi la impariamo quando ci si pettina al mattino
E i capelli ci abbandonano il capo;
quando il dente che a lungo ci fece malese ne va da noi;
quando la nostra pelle si piega agli angoli degli occhi;
quando si può dire raccontando briciole di ricordi:
“Dieci, venti anni o trent’anni fa…”;

La morte si impara ad ogni incontro con coloro
Che ci conservano la nostra infanzia
E presso i quali noi restiamo piccoli sempre:
memorie che ci sfuggono, immobilità che si fissa,
settori umani che la morte occupa in anticipo.
A ogni ritorno nel paese delle nostre giovinezze,
la lista delle visite ai vivi si raccorcia
e si prolunga la visita alle tombe.

La morte si impara ad ogni strappo, definitivo,
dalle persone amate.
Perché anche quando la fede e la speranza unite
E la nostra carità per loro
Affermano la gioia di saperle in porto,
noi restiamo col nostro sangue in rivolta,
con la nostra carne scavata, ferita, la nostra carne che si sente uccisa anch’essa,
con quell’orrore della terra, del buio e del freddo
che ha fatto piangere anche Gesù.
La morte si impara certe veglie tra la veglia e il sonno.
Essa ci svela l’insidia annidata in fondo a noi stessi,
e ci soffia addosso quasi per ghermirci
e noi restiamo sorpresi
di avere tanto bisogno di coraggio.

La morte, non occorre essere poeti per impararla
Ogni sera, ogni ottobre,
con il vecchio cane che bisogna ammazzare
e quegli strani piccoli cadaveri di topi e di lucertole,
appiattiti sulle strade dalle ruote delle automobili.

La vita è la nostra maestra di morte.
Ma a suo turno la morte ci diventa maestra di vita,
per noi che sappiamo la penitenza umana.

Come la madre che soffre il travaglio del bimbo che nasce,
come il padre suda per nutrire il bimbo che vive,
così noi portiamo la nostra morte
cominciata e presto finita
che è il nostro proprio, definitivo, travaglio di nascita.

Ma si tratta di nascere bene ogni volta che moriamo,
di nascere un poco quando moriamo un poco,
e di nascere molto quando moriamo molto.
Si tratta, in questo ripetuto incontro con la morte,
d’imparare ad incontrare la vita.
Si tratta di virare all’eterno,
come nelle negative fotografiche
dove tutti i neri diventeranno bianchi.

Si tratta di aprire i nostri occhi di fede
Là dove i nostri occhi ci vengono meno.

Proprio come guardando il nostro giardino noi non siamo
Costernati da un ciuffo d’erba che ingiallisce,
Così siamo appassionati ai “secoli del secoli”,
che il tempo della nostra vita ci sia indifferente
e tutto ciò che amiamo sia già trasferito
in un’eternità serena.
Così impareremo a morire di morte,
per vivere invece di autentica vita.