Catechesi di Quaresima sul Credo

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ALLE RADICI DELLA FEDE CRISTIANA

Quale occasione più propizia che il tempo santo della Quaresima per approfondire le ragioni del nostro credere? Lo faremo accompagnati dalla catechesi quaresimale, dagli esercizi, dall’intensità del cammino liturgico e dalla celebrazione della Pasqua che è sempre un ritornare alle origini del nostro credere. È necessario compiere questo esercizio paziente di approfondimento perché nella confusione dei pareri e delle tante opinioni del tempo presente, la Parola che ci parla di Cristo Risorto possa risuonare come ragione della speranza che ci muove e di testimonianza della bellezza del cristianesimo.

I settimana di Quaresima – Credo, Credo, Credo, Amen!

Il Credo è una formula rimastaci dall’originario dialogo “Credi tu? – Io credo”. Questo dialogo richiama a sua volta, il “noi crediamo”, in cui l’’io’ dell’affermazione “Io credo” non viene assorbito, ma trova il suo posto. Nella preistoria di questa professione di fede e nella sua forma originaria è quindi presente l’intera forma antropologica della fede. Appare evidente come le fede non sia il risultato di una elucubrazione solitaria, in cui l’’io’ escogita per sé qualcosa, pensando la verità da solo, libero e sciolto da qualsiasi vincolo; essa è invece la risultante di un dialogo, l’espressione di un ascoltare, di un accogliere e di un risponde, che mediante la reciprocità di ‘io’ e ‘tu’ inserisce l’uomo nel ‘noi’ della comunità dei credenti. “La fede nasce dall’ascolto”, dice Paolo (Rm 10,17). Ciò potrebbe apparire come una cosa strettamente legata al tempo, suscettibile quindi anche di cambiare, si sarebbe quasi tentati di vedervi unicamente il risultato di una situazione sociologica, sicché un bel giorno, al suo posto, si potrebbe forse dire: “La fede nasce dal leggere”, o dal “riflettere”. In realtà, bisogna invece dire che qui ci troviamo a ben più del riflesso di un’ora storica tramontata. Nella formula “La fede nasce dall’ascolto” ci viene data una definizione strutturale permanente di ciò che qui accade. In essa appare evidente la distinzione fondamentale tra fede e mera filosofia; distinzione che, peraltro, non impedisce alla fede di mettere nuovamente in azione, al suo interno, la ricerca filosofica della verità. In maniera ancor più incisiva si potrebbe dire che, in effetti, la fede proviene dall’udire e non dal riflettere, come la filosofia. (…)L’idea che la fede debba nascere dalla nostra riflessione, che la produciamo per noi stessi, che la troviamo battendo al via di una ricerca meramente privata della verità, è in fondo già espressione di un determinato ideale, di una mentalità che misconosce la peculiare essenza della fede, la quale sta proprio nell’essere ricezione dell’impensabile, naturalmente ricezione responsabile, nella quale ciò che è accolto non diventerà mai interamente mia proprietà, io non potrò mai recuperare interamente il vantaggio di ciò che è da me accolto, quantunque debba prefiggermi di assimilare sempre meglio, abbandonandomi a esso come ciò che è più grande.

RATZINGER, Introduzione al cristianesimo, Editrice Queriniana, Brescia 2008.

Catechesi di don Angelo del 6 Marzo: “La forma ecclesiale della fede”

 


II settimana di Quaresima – Credo in un solo Dio

Ritorniamo ora al punto da cui siamo partiti, ossia alla frase del Simbolo: «Io credi in Dio, Padre onnipotente, creatore». Questa proposizione, con cui i cristiani da quasi duemila anni professano la loro fede in Dio, deriva a sua volta da una vicenda storica ancora più antica. Dietro a essa, infatti, sta la quotidiana professione di fede di Israele, di cui quella cristiana rappresenta una trasformazione: «Ascolta, Israele: Jahwè, tuo Dio, è unico». Il Credo cristiano riprende, con le sue prime parole, il Credo di Israele, accettando così al contempo anche la lotta di Israele, la sua esperienza della fede e il suo combattere per Dio, che diventano così una dimensione interiore della fede cristiana, la quale senza lotta non esisterebbe affatto. Accanto a essa troviamo poi un importante valore di legge assunto dalla storia della religione e della fede, che si sviluppa sempre in stretta connessione e mai in piena discontinuità. La fede di Israele è, sì, qualcosa di completamente nuovo rispetto alle credenze dei popoli suoi vicini; tuttavia non è qualcosa di caduto dal cielo, bensì si definisce nel confronto con la fede degli altri, in una scelta polemica e attraverso un’interpretazione diversa, che è allo stesso tempo legame e trasformazione. «Jahwè, tuo Dio, è un Dio unico!». Questa confessione fondamentale, che forma lo sfondo e che rende possibile il nostro Credo, rappresenta nel suo significato originario una rinuncia agli dèi dei popoli vicini. È professione di fede nel pieno senso della termine; non è quindi l’affermazione di un’opinione accanto ad altre, bensì una decisione di carattere esistenziale. (…) Questa situazione di partenza, che risale alla fede d’Israele non è affatto cambiata nel Credo del cristianesimo primitivo. Anche in esso, infatti, l’ingresso nella comunità cristiana e l’accettazione del suo Simbolo costituiscono una decisione gravida di conseguenze. Sì, perché chi abbracciava questo Credo, compiva al contempo una rinuncia al mondo a cui apparteneva e alle sue leggi: una rinuncia al potere politico dominante, su cui poggiava il tardo impero romano, una rinuncia all’adorazione del piacere, al culto del terrore e della superstizione, che dominava il mondo. (…) Nel vuoto in cui oggi, per tanti aspetti, ci troviamo s’impone con sempre maggior forza l’interrogativo: qual è il contenuto dell’impegno inteso dalla fede cristiana.

Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, Editrice Queriniana, Brescia 2005, 102-106

 


III settimana di Quaresima – Credo in Dio padre onnipotente

Nel Simbolo apostolico, sulla cui scorta procedono le nostre riflessioni, la paradossale unità fra il Dio della fede e il Dio dei Filosofi, sulla quale si basa l’immagine cristiana di Dio, viene espressa dalla giustapposizione dei due attributi Padre e Sovrano dell’universo. Il secondo di questi titoli – Pantokrator in greco – si rifà all’antico testamentario Jahwè Zebaoth, sul cui esatto significato non si riesce più a far luce piena. Tradotto letteralmente, esso vuol dire Dio degli eserciti, Dio delle potenze; nella versione greca della Bibbia viene talvolta reso con Signore delle potenze. (…) Conseguentemente, anche l’appellativo Pantokrator ha in primo luogo un significato cosmico, e più tardi anche un senso politico; esso designa Dio come Signore di tutti i signori. Chiamando Dio Padre e Sovrano dell’universo, il Credo ha abbinato  un concetto dal tenore familiare a uno che esprime potenza cosmica, quali descrizione dell’unico Dio. In tal modo esso mette in risalto con esattezza ciò di cui si tratta nell’immagine cristiana di Dio: la tensione tra potenza assoluta e amore assoluto, fra distanza assoluta e assoluta vicinanza, fra essere semplicemente e diretto volgersi a ciò che è più umano nell’uomo, la reciprocità di Massimo e Minimo, a cui si accennava sopra.  Il termine Padre, che qui per quanto riguarda l’aspetto della relazione rimane ancora aperto, collega al contempo il primo articolo di fede al secondo; esso dice ordine alla cristologia, connettendo così le due parti una all’altra tanto strettamente da far sì che quanto si dice di Dio risulti perfettamente comprensibile solo guardando al contempo al Figlio. Tanto per fare un esempio: che cosa significhi onnipotenza, sovranità universale, cristianamente lo si comprende solo davanti al presepio e alla croce. (…) Qui nascono al contempo un nuovo concetto di potenza e una nuova idea di signoria e di sovranità. Il supremo potere dimostra tutta la sua forza nell’abbassarsi al punto di rinunciare totalmente alla sua potenza, nel fatto di esser potente non attraverso la violenza, bensì unicamente grazie alla libertà dell’amore, il quale persino nel venir respinto è più forte di tutti gli spocchiosi poteri del Signore della terra.

J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, Editrice Queriniana, Brescia 2005, 139-140.

Catechesi di don Aldo del 20 Marzo:


IV settimana di Quaresima – Credo in Gesù Cristo

Con il secondo articolo del Credo ci troviamo di fronte all’autentico scandalo del cristianesimo, a cui abbiamo già brevemente accennato nelle considerazioni introduttive. Esso è costituito dalla confessione che l’uomo Gesù, un singolo, giustiziato verso l’anno 30 in Palestina, sia il Cristo (l’unto, l’eletto) di Dio, anzi, il Figlio stesso di Dio, il centro focale e determinante dell’intera storia umana. Sembra presunzione e insieme autentica follia dichiarare centro normativo di tutta la storia una figura singola che va gradualmente allontanandosi e necessariamente scomparendo sempre più nella nebbia del passato. Se la fede nel Lógos, nella significatività dell’essere, corrisponde senz’altro a una ragione umana, in questo secondo articolo del Credo avviene l’associazione addirittura mostruosa fra lógos e sarx, fra senso universale e una singola figura della storia. Il senso che sostiene tutto l’essere si è fatto carne. Ciò equivale a dire che egli è entrato nella storia ed è diventato uno di essa; egli non è più soltanto ciò che l’abbraccia e la sostiene, ma è un punto inserito in essa stessa. Di conseguenza, il senso di tutto l’essere d’ora in poi non andrebbe più ricercato in alto, nella visione dello spirito, che si eleva al di sopra del particolare e limitato verso l’universale; non si troverebbe più semplicemente nel mondo delle idee, che trascende il particolare, rispecchiandosi in esso frammentariamente; andrebbe invece colto nel tempo, nel volto di un uomo. Si è portati a ricordare la commovente conclusione della Divina Commedia di Dante, allorché egli, contemplando il mistero di Dio, scorge con estatico rapimento la propria immagine, un volto umano, al centro dell’abbagliante cerchio di fiamme formato da «l’Amore che move il sole e l’altre stelle». (…) L’uomo storico Gesù è il Figlio di Dio, e il Figlio di Dio è l’uomo Gesù. Dio viene all’uomo tramite gli uomini, anzi ancor più concretamente, tramite quell’Uomo nel quale appare l’essenza definitiva dell’essere uomo e che, appunto per questo, è al contempo Dio stesso. (…) Nonostante tutto, però, questa professione di fede rappresenta uno scandalo per il pensiero umano: in questo modo non siamo caduti proprio in un mostruoso positivismo? (…) Possiamo correre il rischio di affidare l’intera nostra esistenza, anzi, l’intera storia, a questo filo di paglia di un avvenimento qualsiasi, nel grande mare della storia?

J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, Editrice Queriniana, Brescia 2005, 183-185.

Catechesi di don Luca del 27 Marzo:



V settimana di Quaresima – Credo nello Spirito santo

L’affermazione centrale contenuta nella terza parte del Simbolo apostolico, nel testo originale greco, suona così: «Credo in Spirito Santo». Manca, dunque, l’articolo determinativo, al quale noi siamo abituati in base alla nostra traduzione. Ora, ciò che è importantissimo per spiegare ciò che all’origine si è inteso. Significa, infatti, che questo articolo di fede è stato all’inizio inteso in senso non intra-trinitario, bensì storico-salvifico. In altri termini: la terza parte del Simbolo rinvia in prima linea non allo Spirito Santo in quanto terza Persona divina, bensì quale dono di Dio alla storia nella comunità di quanti credono in Cristo.  Ovviamente la comprensione trinitaria, la comprensione del Dio uno e trino, non è affatto esclusa? Abbiamo già rivelato, nelle nostre riflessioni introduttive, come l’intero Credo sia nato dalla triplice interrogazione battesimale, con cui si chiede al neofita se crede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo; questa poggia a sua volta sulla formula battesimale riportata nel vangelo di Matteo (Mt 28,19). In tale modo la più antica forma della nostra professione di fede, con la sua triplice articolazione, rappresenta addirittura una della radici più determinanti dell’idea trinitaria di Dio. Soltanto il graduale ampliamento delle domande battesimali in un testo particolareggiato, ha in certo qual modo coperto la struttura trinitaria. Come già abbiamo visto, vi venne ora inserita, quale brano centrale, l’intera storia di Gesù, dal concepimento al ritorno. Ciò condusse a intendere ora la prima parte di esso in senso quasi  più storico, riferendola essenzialmente alla storia della creazione e al tempo pre-cristiano. In tal modo, però, risultava inevitabile una comprensione storica dell’intero testo: la sua terza parte doveva così essere intesa come prolungamento della storia di Cristo nel dono dello Spirito Santo, ossia come un richiamo al tempo della fine fra l’avvento e il ritorno di Cristo. Da questi sviluppi la prospettiva trinitaria non era stata certo eliminata, così come, d’altra parte, le domande battesimali non intendevano riferirsi a un Dio nell’aldilà che nulla ha a che fare con la storia, bensì al Dio che si era volto verso di noi. Sicché, è caratteristica degli stadi più antichi del pensiero cristiano una correlazione tra visione storico-salvifica e visione trinitaria, che soltanto in seguito è caduta via via nell’oblio e fu una perdita, tanto che si pervenne a una lacerazione: la metafisica teologica, da un lato, e la teologia della storia dall’altro. (…) Al suo punto di partenza, questo pensiero non è solo storico-salvifico, né solo metafisico, ma è caratterizzato dall’unità tra storia ed essere.  

J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, Editrice Queriniana, Brescia 2005, 183-185.

Catechesi di don Giovanni del 3 Aprile:



Settimana Santa – Morì, fu sepolto ed è risuscitato